Foto ferrata Aquile
Ogni tanto ci regaliamo un'avventura.
Eccoci qui all'arrivo della Via Ferrata delle Aquile, l'attrezzatura da ferrata già riposta, ma l'adrenalina e la soddisfazione ancora dipinta sui volti.
Comincio quindi dalla fine, che è anche la partenza di questa insolita via ferrata.
Si sale in cima al monte Paganella con i due impianti e, in breve, si scende per raggiungere l'ingresso della via: è impossibile sbagliarsi, basta cercare, tra la vegetazione del Giardino Botanico, altri come noi con il caschetto da ferrata fissato allo zaino.
E si comincia dunque: saliti si scende per raggiungere la cima che è da dove si è partiti.
La via è ottimamente realizzata, con un bel cavo grande che segue pedissequamente la morfologia della parete... forse anche troppo: alcuni brevi tratti necessitano del cambio moschettone troppo frequente. Questo rallenta un pò e in alcuni momenti obbliga al cambio dove si sarebbe preferito procedere invece che fermarsi.
Sotto di noi la cengia affilata, i caschi i puntini da unire per disegnare il percorso: impressionante, affascinante, emozionante.
Per qualcuno troppo, abbiamo atteso la risalita di una coppia che, evidentemente, ha giudicato fosse troppo per loro.
Hanno fatto bene.
La cengia è ben solida, la montagna in alcuni momenti sembra voglia abbracciarti, fornirti un piccolo ostacolo visto che la difficoltà più importante è il vuoto, quel vuoto che preme attorno a te, che ti riempie e che esercita un sottile fascino terrificante: vieni... vieni... vieni...
L'esperienza e la tenuta degli appigli per i piedi, sempre in abbondanza, concorrono a tacitare quel richiamo e il vuoto diventa solo panorama da osservare, geografia da scoprire da un insolito punto di vista, luoghi da riconoscere.
Non c'è molto posto per confrontarsi, meglio procedere oltre.
Vabbeh... volevo farlo da tempo... aspettavo il momento giusto.
Dopo le cengie, più o meno in discesa, si inizia la risalita: era ora!
Usciti dall'ombra ci siamo ritrovati in pieno sole, la parete chiara rifrange la luce, il cielo azzurro puntinato dei colori di noi formichine allegre dallo scatto facile: due bei ponti tibetani, due salti, con rimbalzo, sull'isolato torrione dove possiamo tornare a mettere le mani per arrampicare un pò.
Spigolo o scala elicoidale?
Durante l'avvicinamento in auto ad Andalo ne abbiamo parlato, abbiamo finto di decidere sul momento se salire la scala sospesa nel vuoto e arrampicare sullo spigolo di roccia.
Da un punto di vista alpinistico lo spigolo era davvero bello da arrampicarsi sopra, ma quella scala... quelle due scale... sono, al momento, uniche e quindi la scelta era già stata fatta da tempo, dalla serata invernale in pizzeria quando ho illustrato il programma.
Fingiamo un'indecisione solo per i posteri.
Al termine due pareti, il punto realmente difficile di tutta la ferrata.
In realtà non sarebbero state così complicate, la raccia presenta un numero minimo di appoggi per i piedi ma ben evidenti e comodi: l'usura, dopo solo un anno dall'apertura di questa variante estrema (come cita il cartello posto al bivio spigolo-scale), gli appoggi per i piedi mostrano già segni di usura e bisogna spingere dove sarebbe stato sufficiente appoggiare.
... ma va bene così: già pieni di adrenalina per l'esposizione piena delle cengie e per la salita appena conclusa delle scale elicoidali (la prima con tre rotazioni di 360° e la seconda con "sole" due rotazioni), quella nuova emozione si diluisce.
Il ritorno a valle, non abbiamo utilizzato l'impianto, è tutto un ricordare quanto fatto.
Sì, siamo soddisfatti, inutile negarlo.
Seguendo la strada forestale delle mtb manchiamo il parcheggio dell'impianto e arriviamo appena oltre Andalo: poco male.
Dove parte l'impianto è tutto un caos di auto, negozi, persone, auto... possiamo vedere una parte tranquilla e molto molto paesaggistica, con il Gruppo di Brenta a far da cornice e per chi ha voglia di solo vedere senza far fatica...
Commenti
Posta un commento